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Gay & Bisex

Il ratto di Ganimede


di adad
28.03.2026    |    1.897    |    1 9.7
"Quando si riprese, il dio lo aveva adagiato sulla folta erba del pianoro e si stava pascendo con avida bramosia del suo corpo ancora acerbo: gli leccava i teneri capezzoli, i pettorali appena..."
Il sommo Zeus si annoiava. Seduto su uno sperone del monte Olimpo, a godersi il sole nel caldo pomeriggio di maggio, il dio scacciava con gesto automatico le mosche che osavano posarsi sulla divina epidermide, e intanto si guardava attorno con aria stanca, in realtà senza quasi vedere niente.
Ad un tratto, si sistemò meglio sul comodo sedile, che l’industrioso Efesto aveva scavato per lui, e fece un cenno a Ebe che attendeva i suoi ordini poco lontano.
“Portami una coppa di nettare, - le ordinò – ma che sia ben fresco, mettici una buona cucchiaiata di neve.”
“Ne abbiamo parecchi orci appena arrivati dalle montagne di Atlantide.”, rispose la bella dea con un sorriso, allontanandosi.
Il sommo Zeus si sventolò con la mano, poi scorse Zefiro, che si aggirava nei dintorni e lo chiamò.
“Vieni qui, ragazzo, fammi un po’ di vento.”
“Volentieri, sommo Zeus.”, rispose quello e mosse leggermente le ali.
“Fantastico…”, mormorò il dio, godendosi la frescura del sudore che gli si asciugava nella pelle.
Intanto, ecco di ritorno Ebe con una coppa di cristallo opalino colma di biondo nettare. Zeus la prese e ne ingollò un lungo sorso.
“Ottimo… grazie, mia cara. Adesso vai pure: c’è da preparare per il banchetto di stasera.”
La dea si allontanò rientrando nel magnifico palazzo di marmo e oro, che Efesto aveva costruito per il padre… i rapporti con la madre, infatti, non erano dei migliori, dopo che quella lo aveva preso per una gamba, appena nato, e lo aveva scaraventato giù dall’Olimpo, lasciandolo zoppo e sciancato.
“La tua fresca carezza è un vero sollievo, - disse Zeus, al giovane Zefiro, che arrossì sulle guance evanescenti – ma avrei voglia di altro, per alleviarmi il tedio di questo noioso pomeriggio.”
“Vuoi che me ne occupi io”, chiese l’altro maliziosamente.
“Grazie, caro, ma no…”, rispose stancamente il re degli dèi.
“Vuoi che ti chiami qualcuna delle ancelle di palazzo?”
“Uff! - sbuffò il dio – sono stufo di quelle scioccherelle inconcludenti. Ho voglia di…”
“Di qualcosa di più interessante?”, insinuò Zefiro.
“Vedo che mi capisci…”
L’altro sorrise e rimase un momento assorto.
“Giorni fa, passeggiando dalle parti della Troade, - disse, dopo un po’ – mi è capitato di vedere il giovane figlio del re, che si allenava con l’arco fuori dalle mura. Avrà quindici anni ed è un ragazzo bellissimo, sommo Zeus, il più bello che mi sia capitato di vedere… E tu sai da quanti anni scorro le contrade della Terra.
La sua bellezza sarebbe una gemma davvero degna della tua corona.”
Visibilmente interessato, il dio si erse dal suo seggio roccioso.
“Dalle parti della Troade, hai detto?”, fece, aguzzando gli occhi in quella direzione.
“Sì, sommo Zeus ed è il figlio del re Troo, come ti ho detto.”
“Vedo che ti sei interessato parecchio di lui… Devo forse vedermela con te?”
“Non sia mai, potentissimo dio!”, disse Zefiro, voltando la testa per nascondere il rossore.
“Bene, - disse bonariamente Zeus – sai cosa succede a chi pretende di mettersi sulla mia strada.”
E con queste parole, il dio si mutò fulmineamente in una maestosa aquila, dispiegò le grandi ali e si librò nell’aria, dirigendosi verso la lontana Troade.

Le rive del placido Scamandro erano disseminate di papaveri scarlatti, di fiordalisi azzurri e altri innumerevoli fiori che trasformavano quei prati in un fantastico caleidoscopio di colori, una visione che nulla aveva da invidiare al Campi degli spiriti beati.
Sotto l’attenta sorveglianza di Pirgo,il suo istruttore, il giovane Ganimede si allenava al lancio del disco: era alle prime armi e l’istruttore interveniva spesso per correggerne la postura e i movimenti; ma al ragazzo poco interessava: si divertiva molto di più a rotolarsi sull’erba fresca e profumata, rincorrendo le farfalle e i bombi numerosi, che volavano da un fiore all’altro immergendosi nelle corolle pregne di nettare.
Indossava una corta tunichetta celeste, chiusa ai lati da due legacci, per cui correndo e rotolandosi sull’erba, scopriva generosamente le morbide forme agli occhi impudichi dell’istruttore e di quanti si trovassero nei paraggi, umani e non.
Erano tempi, infatti, in cui la bellezza maschile, e soprattutto dei giovani maschi, era oggetto di ammirazione e di ardente desiderio.
D’un tratto, una grande aquila apparve nel cielo, sbucando da una nuvola, volteggiò per un pezzo in larghi cerchi e infine andò a posarsi sul pinnacolo più alto di una torre. Ganimede la fissò per un lungo momento, attirato dalla maestosità dell’uccello; poi, tornò ai suoi giochi, ignaro che nuovi occhi lo stessero fissando.
E continuò a correre felice e a rotolarsi nell’erba del prato, il giovane Ganimede, offrendosi agli occhi dei suoi ammiratori. L’occhio acuto dell’aquila si beava di quelle visioni, ben più seducenti di quanto avesse supposto alle parole di Zefiro; indugiava sul morbido petto, su cui già si modellavano armoniosi i pettorali, indugiava sulle cosce tornite, sulla curva voluttuosa delle natiche, sull’inguine appena velato da una leggera peluria, e quasi si sentì mancare quando, in una giravolta del gioco, Ganimede si trovò a mostrare inopinatamente il roseo forellino.
Ma altri occhi ben più cupidi spiavano il giovanetto: il vecchio Scamandro, dalle profondità delle sue acque allungava lo sguardo voglioso, malvagio, a cogliere ogni seducente squarcio di tanta bellezza.
“Voglio fare il bagno, Pirgo.”, disse d’un tratto Ganimede al suo istruttore e si sfilò del tutto la tunica, correndo nudo verso la limpida corrente del fiume. Si tuffò con uno strillo di goduria non appena le fresche acque avvolsero il suo corpo sudato, e prese a nuotare lasciandosi trasportare dall’entusiasmo.
Rapido si mosse allora il divino Scamandro: si gonfiò come un’onda di piena e si avventò verso la sua preda. L’occhio acuto dell’aquila colse però la minaccia e prima ancora che le liquide grinfie del fiume potessero ghermirlo, si levò in volo, si avventò sul giovanetto e lo afferrò con gli artigli, sottraendolo al pericolo. Quindi, con un battito delle ali possenti si innalzò verso il cielo, seguito dal grugnito di scorno del vecchio fiume e dall’urlo impotente di Pirgo che vedeva rapire il suo pupillo dal feroce rapace.
In tutto questo trambusto, Ganimede quasi non si era accorto di niente e si ritrovò d’un tratto sollevato nell’aria, stretto fra gli artigli di un’aquila che andava sempre più allontanandosi dalla terra; ma nonostante la spaventosa situazione, una strana calma si era impadronita di lui, non aveva paura e si affidava alla stretta di quegli artigli, che lo tenevano saldamente.
Dopo aver volato alta nel cielo, superando colline e pianure venate da fiumi sinuosi, l’aquila atterrò su un ampio pianoro in cima ad un monte, deponendo delicatamente a terra il suo fardello.
Ganimede si guardò attorno, poi si volse all’aquila che incombeva su di lui.
“Chi sei? - le chiese – Non sei un’aquila: non avresti avuto la forza di sollevarmi fin quassù, né i tuoi artigli mi avrebbero stretto con tanta dolcezza. No, tu sei un dio. Ma cosa può volere da me un dio? Non è solo per sottrarmi al pericolo del fiume che mi hai portato quassù.”
Allora Zeus gli comparve davanti nel suo vero aspetto:
“Hai visto bene, giovame Ganimede, - gli disse – il tuo acume è pari alle tua bellezza.”
“Zeus possente!”, esclamò il ragazzo, gettandoglisi ai piedi bocconi, stordito dalla sorpresa di trovarsi dinanzi a un dio così grande, ma anche dal timore e dall’incertezza.
“Alzati, Ganimede, - gli disse però Zeus con morbida voce – lascia che i miei occhi godano della tua bellezza, lascia che le mie mani carezzino le tue magnifiche forme. Hai chiesto cosa può volere un dio da te: cosa può mai volere un dio se non carezzare la tua pelle vellutata, assaporare la dolcezza dei tuoi baci? Appena ti ho visto, che giocavi sui prati della Troade, il mio cuore si è infiammato, il mio desiderio si è acceso. Voglio te, giovane Ganimede, voglio i tuoi baci, voglio il tuo amore.”
E tese le braccia il sommo Zeus, attirandolo a sé. Dopo un istante di esitazione, dovuto all’incredulità e quasi a un senso di inadeguatezza, Ganimede si abbandonò al calore dell’abbraccio divino, mentre le labbra del dio si poggiavano ardenti sulle sue e una lingua pastosa gli scivolava in bocca, a suggere il nettare di quelle giovani guance.
Era il primo bacio di Ganimede e non poteva esserci un mentore migliore dell’espertissimo dio. Il giovane si sentì trasportare in una dimensione quasi soprannaturale, mentre le due lingue si incontravano nell’una o nell’altra bocca, scambiandosi il meglio delle loro essenze più intime.
Quando si riprese, il dio lo aveva adagiato sulla folta erba del pianoro e si stava pascendo con avida bramosia del suo corpo ancora acerbo: gli leccava i teneri capezzoli, i pettorali appena accennati, la fossetta dell’ombelico, fino ad ingoiare entrambi i suoi testicoli, prima di volgere le sue attenzioni al cazzo già maturo.
Fu allora che Ganimede ebbe un secondo assaggio della beatitudine celeste, mentre la lingua del dio percorreva la sua turgida lancia dal glande fino all’attaccatura delle palle, per avvolgere infine le labbra attorno alla cappella, precipitandolo in un abisso di indescrivibile voluttà.
In preda al delirio, il giovane prese istintivamente a pompare nella bocca di Zeus, che tutto lo accolse mugolando estasiato, finché in un lampo abbagliante di luce, tremando e gemendo, gli scaricò il suo carico tutto sulla lingua.
A lungo il dio continuò a leccare e succhiare, finché, tiratosi su:
“Come posso lasciare che altri si godano i tuoi baci? – disse, fissandolo negli occhi – Come posso lasciare che la tua bellezza sfiorisca tra i mortali, che appassisca nel grigiore della vecchiaia? Come posso lasciare che il tuo corpo si disfi nel nulla della morte? No, - e lo baciò teneramente – no, tu sei degno di risplendere fra gli dèi beati ed è con me che ti voglio.”
E dette queste parole, Zeus possente schioccò le dita. Subito apparve la giovane Ebe nel suo aspetto più radioso e gli porse una coppa colma di ambrosia. Il dio la prese e la porse a Ganimede:
“Bevi, mio giovane amato, - gli disse – con questo io ti dono l’immortalità e l’eterna giovinezza. Da questo momento, tu vivrai al mio fianco, nell’Olimpo celeste, e sarai il mio coppiere nei conviti degli dèi.”
Forse senza neanche capire cosa stesse succedendo, Ganimede prese la coppa d’oro, mirabilmente cesellata, e l’accostò alle labbra.
“Su, bevi.”, lo spronò Zeus.
E Ganimede bevve a piccoli sorsi. E a mano a mano che l’ambrata bevanda gli scorreva sulla lingua e nella gola, lui sentiva una forza nuova diffonderglisi nelle vene, in ogni fibra dei muscoli, in ogni scheggia delle ossa. Capì di non essere più quello di prima, pur non ancora consapevole di cosa tutto questo significasse.
Si sentì come trasportare in una dimensione diversa e dimenticò tutta la sua vita precedente, quasi non l’avesse mai vissuta.
In un empito di felicità e di riconoscenza, gettò le braccia al collo del possente Zeus e lo baciò con rinnovata passione.
Il dio fu entusiasmato da quel fervore e, tutt’altro che appagato, gli fece scivolare il membro turgido fra le cosce levigate, cogliendo finalmente il suo piacere.
Molte volte ancora si congiunsero frementi, in quel caldo pomeriggio, offrendo l’uno la sua insaziabile voracità giovanile e l’altro la sua matura esperienza.
Il sole stava tramontando dietro i monti lontani, quando una nuvola comparve nel cielo sereno e una tiepida pioggia li lavò entrambi dalle lordure di cui erano cosparsi. Subito dopo, Zefiro gentile li asciugò col suo soffio delicato.
Infine, si rivestirono con abiti di seta cangiante, che qualcuno aveva deposto sopra un cespuglio.
“Vieni”, disse il sommo dio e, presolo per mano, si avviò verso il carro che Apollo predisposto nelle vicinanze.
Appena saliti, gli alati cavalli spiccarono il volo, inoltrandosi nel cielo più profondo, dove Zeus gli assegnò un posto fra le stelle dell’Aquario, dove possiamo ancora oggi ammirarlo.
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